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L’EURO E’ LA VERA CAUSA DELLA CRISI ITALIANA ED EUROPEA

Come è possibile che dopo l’adozione di una medesima moneta si siano determinati effetti diametralmente opposti in Italia ed in Germania? Poichè è una valuta meno forte del vecchio Marco, l’Euro ha favorito l’export tedesco e dunque ha stimolato l’aumento della produzione e la crescita dell’occupazione in Germania. Ma poiché è una valuta più forte della vecchia Lira, l’Euro ha invece causato il calo dell’export italiano e di conseguenza un calo della produzione e dell’occupazione nel nostro paese. Le tasse altissime e l’elevato costo del carburante hanno fatto il resto, rendendo del tutto anti-economico lavorare in Italia, come illustrano le recenti vicende dell’Ilva e della Fiat.

 Dunque, come mostra chiaramente il seguente grafico pubblicato sul sito finanza e politica, l’Euro rappresenta la causa profonda della grave crisi economica che ha colpito il paese e l’intera Europa. Naturalmente quel ceto politico ed economico che ha spinto il continente verso il disastro non ammetterà mai la propria responsabilità ed avrà tutto l’interesse a nascondere questo fallimento. Ma un grafico è un grafico e la matematica non è un opinione.

 Osservando le curve rappresentate, si può riconoscere con chiarezza che, prima dell’adozione della nuova moneta, le economie tedesca ed italiana crescevano lungo binari sostanzialmente paralleli. Dopo l’introduzione dell’Euro invece, in soli dieci anni, la produzione tedesca è cresciuta da 95 a 115 (+21%) mentre quella italiana è crollata da 95 a 75 (-21%). Come chiunque può capire, i valori percentuali sono identici, ma il segno è opposto per i due paesi. Ciò significa che in 10 anni il “vincolo monetario” ci ha silenziosamente espropriati di 1/5 della nostra capacità produttiva a vantaggio del principale paese concorrente: la Germania. Il nostro paese ha perso competitività a livello globale e la suddetta rovinosa caduta è la prima causa del persistente crescere dell’indebitamento (anche con il governo Monti) e del drammatico aumento della disoccupazione.

 Si tende oggi a sostenere che ciò sia invece colpa dell’indole rilassata del popolo italiano (e dei popoli mediterranei), ma si tratta di un argomento a sfondo razzista che nasconde la verità di una crisi che ha messo a terra anche nazioni che erano reputate tra le migliori. Infatti, con il trattato di Maastricht, si stabiliva il conseguimento di un basso deficit e di un basso rapporto tra debito e PIL quali condizioni necessarie e sufficienti a far funzionare bene l’Euro. Ora chiunque può constatare che anche paesi che avevano realizzato un attivo prima della crisi ed un buon rapporto tra debito e PIL (Spagna ed Irlanda), annoverati dunque tra i più virtuosi, sono andati incontro ad una crisi non meno grave di quella degli altri.

In altre parole, siamo più poveri per la semplice ragione che l’Euro ha progressivamente ucciso la nostra “economia reale”, da paese produttore ed esportatore di beni a costi contenuti (situazione che determina innumerevoli conseguenze positive) che eravamo, siamo diventati un paese che produce sempre meno e che importa una quantità crescente di beni dall’estero (anche grazie all’abolizione, nel 2011, di tutti i dazi nei confronti della Cina).

 La crisi attuale inoltre non è arginabile con i mezzi a disposizione dei governi nel passato. I trattati sottoscritti ed il rigido vincolo monetario ci costringono in un’unica obbligata direzione, anche se questo significa la disintegrazione di quel tessuto di piccole imprese che avevano fatto dell’Italia un modello industriale unico al mondo. Se poi qualche proprietario, chiusa l’azienda, si spara un colpo di pistola, è una circostanza che non fa più neppure notizia. Eppure Joseph Stiglitz (uno dei maggiori economisti viventi, Nobel per l’economia nel 2001) ci aveva avvertiti: “Con l’unione monetaria gli stati si sono privati dei meccanismi di aggiustamento, come la modifica dei tassi di cambio“. A proposito dell’Euro aveva detto: Non c’è sufficiente similitudine tra i paesi affinché funzioni; potrebbe funzionare solo con enormi sofferenze imposte ad un numero enorme di persone “. E Stiglitz aveva detto anche: “Quella che chiamano unione fiscale è solo un’imposizione di maggiore austerità, ma reclamare austerità è un modo di garantire il collasso delle economie“. Ed è quello che sta accadendo.

Ecco perchè autorevoli esponenti del nostro governo, qua e là, ci spiegano che i giovani italiani dovrebbero andare a cercarsi il lavoro all’estero oppure accontentarsi di lavori cangianti e precari. Ecco perché ci dicono che dovremmo essere sempre più flessibili e liquidi e non più reclamare di lavorare presso i propri genitori anziani o nei luoghi dove siamo sempre vissuti. C’è una cinica verità in queste raccomandazioni, perché davvero la crisi sarà lunga e profonda e potrebbe trascinarsi anche per 15-20 anni. Ma questo significa che proprio il Governo del nostro paese ci sta gentilmente invitando ad andarcene da qualche altra parte. Quello che lorsignori ci dicono è che nei prossimi 15 anni non potranno fare nulla per noi.

E molti Italiani già se ne vanno… Altro che “bamboccioni”, i nostri giovani tra i 25 ed i 35 anni emigrano. Lasciano sempre più numerosi il paese, ma non si stabiliscono in altri paesi UE (come vorrebbe la retorica comunitaria), la maggior parte di loro attraversa gli oceani e sceglie altri continenti. Perché la crisi è di sistema e, anche se non lo troverete scritto sui giornali, ogni anno oltre 1 milione di cittadini della UE abbandona per sempre l’Europa (Eurostat). Spagnoli in Cile, Colombia e Messico; Portoghesi in Brasile; Greci (i più disperati) e Irlandesi (i più numerosi) in Australia, Canada e Stati Uniti, Italiani un po’ dappertutto.

Forse tutto questo aiuta a capire la singolare circostanza per la quale un elevato numero di paesi della UE non abbia inteso adottare l’Euro o non intenda più adottarlo (la notizia è di questi giorni). Ci hanno detto che se l’Italia uscisse dall’Euro si troverebbe isolata e sola… Da sola assieme a: Regno Unito (Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord), Svezia, Danimarca, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Romania, Bulgaria, Estonia, Lettonia e Lituania.

Stefano

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