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MAYA SANSA, ELUANA, D’AVENIA E LA REALTA’

Due film italiani stanno facendo parlare di sé: “Bella addormentata” di Marco Bellocchio, in concorso al Festival di Venezia, ispirato alla storia di Eluana, e “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, di cui si sono appena concluse le riprese, tratto dal best seller di Alessandro D’Avenia. Il primo è sotto i riflettori perché “fa discutere”. Il secondo è già sotto i riflettori perché sarà sicuramente un successo. Di entrambi si occupa questa settimana il Corriere della Sera nei suoi inserti: del primo con un’intervista alla bellissima Maya Sansa (che si conquista anche la foto di copertina di Io Donna), l’attrice che riveste il ruolo di una sorta di Eluana; del secondo con un’intervista a D’Avenia su Sette.

Concentriamoci su Bella addormentata. La polemica è già nata per il timore che Marco Bellocchio stravolga a modo suo la vicenda di Eluana. Paura ingiustificata? A leggere l’intervista alla Sansa, forse non tanto. Il fatto è che la bella attrice si lancia in giudizi tranchant, dimostrando una paurosa disinformazione. Ora, è vero che ad un’attrice si richiede di essere bella, fotogenica, affascinante e capace di sostenere una parte. Ma quando un’attrice si produce anche in valutazioni su temi difficili e problematici, ci si augurerebbe che almeno fosse al corrente della realtà. Il che non sembra affatto.

Basta citare questa frase: “C’è tanta ipocrisia. La posizione della Chiesa sul caso Eluana era che non si potessero staccare le macchine perché sarebbe stato contro la volontà di Dio”. La Sansa dimostra qui una doppia ignoranza: non sa che la posizione ufficiale della Chiesa, di fronte ad un accanimento terapeutico (cioè ad una terapia invasiva ed inutile) è quella di porre fine allo stesso. Non sa (e questo è più grave, dovendo, da attrice, confrontarsi con la figura di Eluana) che Eluana non era attaccata ad alcuna macchina. Veniva solo nutrita e idratata artificialmente. Nessun macchinario, e, mi risulta, nemmeno la tracheotomia, perché respirava da sola.

Non so se la Sansa ha mai fatto ingresso in un reparto di rianimazione. A me è capitato, recentemente, di passarci una decina di giorni. Ho visto cosa significa stare attaccati ad una macchina o subire la tracheotomia per poter respirare. E ho visto pazienti svegli, vigili; e ho visto familiari (figli, sorelle, mogli) accudire con eroica pazienza i propri cari. Non era uno spettacolo piacevole, ma era una realtà commovente e dolorosa con cui fare i conti. Eluana era davvero una “bella addormentata”, accudita amorevolmente da alcune suore. La Sansa sostiene che in Italia, “tra gossip, notizie mezze false, mezze vere, strumentalizzazioni, scandalismo, abbiamo perso il senso della realtà. E nel caso di Eluana anche i migliori si sono lasciati trascinare dall’effetto valanga”. Affermazione esattissima, a patto che l’attrice la rivolga su se stessa. E’ lei che non sa davvero come stavano le cose, quale fosse la realtà.

Ma del resto tutto è possibile se la propria conoscenza è basata sulle dichiarazioni di Marco Bellocchio. E’ Marco che stava in Italia, all’epoca dei fatti di Eluana, la Sansa era a Parigi. E’Marco che ha incontrato il signor Englaro, lei vive di sensazioni riflesse, salvo però permettersi di dire, con sicurezza, che l’Englaro ha tenuto un comportamento “civilissimo”, semplicemente perché non è stato “ipocrita” e ha “staccato la spina”, dimostrandosi uomo “di grande dignità e generosità”. Ah, se la Sansa entrasse in quel benedetto reparto di rianimazione! Forse rivedrebbe i propri concetti di ipocrisia e generosità.

Dunque, la protagonista di Bella addormentata è a questo livello di consapevolezza, dopo aver girato un intero film che affronta una realtà tanto dura e sconosciuta. Se il buon giorno si vede dal mattino…

Ma voglio concludere con un altro argomento, che mi permetterà di citare anche l’altro film. “Quand’è che stiamo rispettando davvero la vita?”, si chiede la Sansa. E si risponde così: “Amare la vita può anche tradursi nel desiderio di mettere fine a un’atroce sofferenza”.Un’affermazione grave, perché nella sua indeterminatezza può direttamente rinviare all’eutanasia. L’atroce sofferenza può anche essere quella del depresso, del drogato o dell’alcolizzato, di colui che ha appena scoperto di avere una malattia grave e via dicendo. Amare la vita significherebbe dare a queste persone la patente di suicidio (per chiamare le cose col loro vero nome).

Alessandro D’Avenia dice, invece, l’esatto contrario, lui che col suo romanzo ha voluto sottolineare “come l’amore sia donare la vita all’altro e non strappargliela come spesso succede… amare non è sognare che le cose vadano come vogliamo noi, ma dare più senso possibile a quello che ci è dato di vivere”. Si noti: da un parte dare la morte; dall’altra dare la vita (la propria) all’altro. Ma per fare quello che dice D’Avenia occorre, appunto, conoscere e accettare la realtà.

La realtà: questa sconosciuta per la bella e fortunata Maya Sansa. E per tanti altri come lei.

Gianluca Zappa

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